Monomenabò

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Krisa / Sera

Nome, cognome e formazione.

Krisa: sono Matteo Milaneschi.
Mi sono laureato in Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Roma e ho poi intrapreso studi autonomi in architettura seguendo i corsi di architettura d’interni e allestimento alla facoltà Ludovico Quaroni e un master in Architettura Virtuale presso il Quasar institute.
Professionalmente iniziai a lavorare come scenografo per il cinema e il teatro su grandi produzioni e su progetti personali.
In seguito, dedicandomi prevalentemente allo studio dei softwares di grafica digitale, mi sono sempre più avvicinato alla progettazione architettonica e di li al wall design, collaborando con architetti e curatori alla direzione creativa di alcuni progetti di riqualificazione di spazi pubblici e privati.
Negli ultimi anni ho catalizzato queste esperienze nel ruolo di Art Director nel campo dell’Advertising, cercando di rimanere sempre fedele al mio approccio multidisciplinare.
Ma l’esperienza che più di tutto ha determinato la mia formazione resta sicuramente quella vissuta dipingendo graffiti per molti anni. Dai graffiti mi sono esercitato a pensare i progetti su larga scala e ho imparato a non pormi limiti.

Sera: Marco Milaneschi, diplomato all’istituto superiore per Geometri e laureato in imbrattamento di muri scalcinati.

Che lavoro fai adesso?

Krisa: attualmente sono Art Director Senior Interactive presso la sede romana dell’agenzia LOWE and Partners.
Alterno questo lavoro alla mia principale passione, che era e rimane l’Arte, parola che per me significa semplicemente dare forma concreta alle mille idee che transitano nella mia testa.

Sera: opero a 360 gradi nell’infinito mondo dell’illustrazione, particolarmente indirizzato sui lavori decorativi di grandi dimensioni, wall-painting e riqualificazione urbana pubblica.

I vostri primi graffiti risalgono a molti anni fa quando eravate abbastanza giovani per lo più in una piccola cittadina, come è iniziato il tutto?

Krisa: il tutto iniziò quando io e Marco vivevamo a Viareggio, erano i primi anni ’90 e al tempo alcuni writers del nord Italia venivano in vacanza da quelle parti lasciando in giro tag e pezzi. Tra i nomi dei primi Writers che scoprimmo e ci ispirarono ricordo: Boogie, Tomak, Zero T, Phase2 e tutta la scena milanese di allora.
Per noi fu una vera rivelazione e di li a poco scoprimmo che in giro per la città c’erano altri ragazzi come noi e presto entrammo a far parte della loro crew K3, che annoverava tra gli altri Aris, Tone, Ocra e Orion.
Al tempo mio fratello firmava con il nome di Skivo, io con quello di Krisa e ricordo che ci dovevamo inventare tutto, non c’erano molti megazine in giro e men che mai spray professionali.
La nostra comunicazione degli anni ’90 avveniva sui vagoni dei treni che viaggiavano tra un capoluogo e l’altro. Dagli stili dei pezzi che giungevano in stazione scoprimmo presto che in città come Firenze, Pisa, La Spezia e Genova c’erano delle scene attive che si stavano muovendo.
Iniziammo quindi a viaggiare e ad entrare in contatto con il resto della scena italiana. Conoscemmo Fra32 e Ozmo di Pisa, Etnik e Duke di Firenze, Zed1 di Certaldo e nacque così la nostra crew KNM che ci ha portato negli anni a vivere esperienze bellissime.

Sera: scoprendo come un fulmine a ciel sereno la neo cultura americana dell’hiphop..appena sbarcata in grande stile sulla nostra penisola e che si stava sviluppando mantenendo unite le “discipline” del Rap, dei Graffiti e della breakdance… parlarne oggi che tutto ha preso una vita indipendente, non sembra vero, il fenomeno aveva veramente un forte impatto sociale e particolarmente trasgressivo… perfetto per noi giovani scalpitanti…

Ci raccontante un espediente che vi è capitato facendo graffiti?

Krisa: tra i tanti aneddoti che ho in mente, ho il ricordo di una notte brava in liguria in cui, dopo una fuga kilometrica in cui rischiai di restare sotto un treno, ci trovammo spersi in una giungla oscura accerchiati da strani rumori bestiali. Ho ancora i segni dei rovi in cui ci cacciammo.

Sera: uno?… limitante… situazioni surreali con suoni di pallottole, inseguimenti all’indiana jones, tanta adrenalina sprecata e imbarazzanti romanzine notturne… qualche cicatrice fuori e dentro… potremmo scriverci un best-seller ma risulterebbe ufficialmente come un romanzo di fantasia hehehehe!

Cosa significava allora per voi fare il writers?

Krisa: al tempo scrivere i nostri nomi, oltre che un piacere, era un vero e proprio modo di connetterci con persone di altri luoghi e con altre mentalità. In quegli anni la parola connessione aveva tutto un altro senso, e il ritrovarti in città lontane km dalla tua era un’esperienza di confronto e crescita molto forte.
Dei Graffiti ho sempre apprezzato l’atmosfera suggestiva dei luoghi dismessi e fatiscenti in cui ci trovavamo a dipingere di notte, luoghi spesso locati al centro della città in cui uno vive, ma che senza i Graffiti, come nel caso della ferrovia, non avrei mai potuto conoscere.
Fare Graffiti allora, dal mio punto di vista, era un’eperienza in grado di dare più libertà alla creativa di ciascuno di noi. Avendo raramente a portata di mano Magazine in cui poter vedere i pezzi degli altri, le nostre principali fonti d’ispirazione provenivano dalla realtà circostante e dalla nostra immaginazione. Anche oggi, riprendendo in mano le foto delle murate di allora, noto una differenziazione di stili tra i writers molto evidente, cosa che credo si sia un pò persa nel tempo a causa di evoluzione troppo omogenea dello stile.

Sera: non riesco ad immaginare una vita senza i”Graffiti”..ho viaggiato,conosciuto persone interessanti,visitato luoghi incredibili..devo ammettere che le esperienze fatte con una bomboletta in mano corrispondono a molte tappe importanti della mia vita sociale e hanno avviato e stimolato tutte le mie attuali esperienze artistiche.

Cosa significa adesso?

Krisa: a questo non saprei risponderti. Ho smesso di scrivere il mio nome un pò di anni fa.
Ma quando sono in giro vedo i codici delle generazioni di adesso, che mi confermano quanto questa forma creativa non sia etichettabile col semplice termine di tendenza o fenomeno. Il Writing è una vera e propria cultura che, per fortuna, si rigenererà all’infinito.

Sera: stimolare continuamente la mia dimensione personale e creativa, il writing rappresenta un filtro ancora attivo a cui attingo giorno per giorno per vivere e interpretare la realtà che mi circonda… e poi mi diverto troppo!!

Oltre che essere due artisti siete prima di tutto due fratelli, avete sentito l’influenza l’uno dell’altro?

Krisa: diciamo che, essendo il fratello minore, ho sempre seguito e imitato le scelte di Marco e probabilmente è per questo che ho iniziato a dipingere. Credo che l’influenza sia stata reciproca e abbia dato a ciascuno di noi due una spinta a voler raggiungere nuovi traguardi individuali.

Sera: è chiaro ci siamo stimolati reciprocamente ma non solo..credo che vivere insieme quest’esperienza ha contribuito a saldare e rinforzare il nostro rapporto… anche se in famiglia le spese per le vernici erano doppiamente pesanti!!!!

Chi di voi ha iniziato per prima?

Krisa: sicuramente lui.
Sera: io.. ma il krisa ha recuperato magnificamente dopo pochi mesi!

Cos’è KNM crew?

Krisa: KNM significa letteralmente Kome Non Mai ed è il gruppo di amici in cui siamo cresciuti.
Se non ricordo male vene fondata nell’estate del 1996 e radunava esperienze molto diverse nell’ambito dello studio del lettering. Alcuni di noi ancor prima di scrivere il proprio nome erano bravi disegnatori, quindi nel tempo maturammo un processo tutto nostro nel progettare le murate collettive. Cercavamo sempre di trovare un tema che ci interessasse sviluppare sul muro, così che ciascuno di noi si impegnava ad ambientare il proprio lettering all’interno di un background figurativo complesso.

Sera: un team fatto di buoni amici, grandi trasferte con cene calorose, sagre di ogni genere e convention di graffiti concquistate con spavalde murate a tema. Una formula perfetta che ha dato sempre ottimi risultati collettivi e ha caratterizzato definitivamente il nostro stile made in Tuskany!

Chi fa parte di KNM?

Krisa: della crew faciamo parte io (Krisa), Marco (Sera), Aris, Fra 32, Ozmo, Etnik, Duke, Zed 1, Artan e Karma.

Sera: Etnik, Dukeone, Fra32, Zedone, Aris, Ozmo, Artan, Karma e noi brothers, formazione ufficiale dei tempi d’oro…

Matteo perché Krisa?

Cercarsi un nome che sia nuovo e che al tempo stesso abbia delle belle lettere da disegnare non è semplice.
Ricordo che in quegli anni uscì il film “Il silenzio degli innocenti” e mi rimase in presso la crisalide con cui l’assassino firmava i suoi delitti. Mi piaque molto il suono di quella parola, quindi lo separai dalle ultime lettere e divenne il mio nome.

Marco perché hai scelto come tag Sera?

La mia tag rappresenta l’evoluzione del mio modo di concepire il lettering..ste quattro lettere mi si sposano amorosamente in maniera perfetta,farle accoppiare l’una con l’altra in un orgia di loop è la mia missione personale.

Dal writers per strada abusivo alla commissioni pubbliche. Cos’è successo?

Krisa: dal mio punto di vista il Writing è una forma d’espressione illecità per definizione, che non potrà mai essere relegata ad un comportamento legittimo. All’interno stesso del Writing ci sono differenti modi di interpretare il valore che ha lo scrivere il proprio nome, ma chi sente fin da adolescente la necessità di taggare, non lo fa per compiacere qualcuno o per intraprendere una carriera artistica. Il più delle volte lo fa per manifestare la propria forma di dissenso nei confronti di un contesto in cui non si sente pienamente integrato.
Nel crescere ci si avvicina alle istituzioni pubbliche concordando spazi per poter dipingere in tranquillità. C’è chi continua a realizzare il proprio nome, chi integra altre tecniche all’uso degli spray o chi si dedica a nuove ricerche visive in cui il figurativo predomina sul lettering. Ma al di là della superficie e del contenuto, per tutti quanti resta sempre lo stesso impulso creativo.

Sera: ogni cosa ha la possibilità di evolversi con il passare del tempo e delle esperienze..i graffiti sono arrivati nelle gallerie d’arte,hanno snaturato la loro attitudine e sono diventati documento di un periodo quasi passato..noi cresciamo e maturiamo, con noi crescano le nostre potenzialità espressive e con esse le esigenze artistico-creative subiscono un evoluzione forzata..la ricerca di spazi pubblici,l’organizzazione professionale e la collaborazione con le istituzioni rappresentano un modo più ampio di esprimere la mia insaziabile creatività..praticamente non basta mai!

Matteo ci parli del progetto per il reparto di pediatria del Policlinico di Roma?

È un progetto sociale realizzato nel 2009 con la curatela di W.A.L.L.S.
Al tempo cofondai il colletivo Rubiklab, ed eravamo impegnati in progetti di Wall Design per spazi pubblici e privati.
Si tratta della decorazione digitale del reparto di pediatria del Policlinico Umberto I di Roma. Il progetto è nato dalla collaborazione con un curatore d’arte pubblica, un architetto e una psicologa infantile, e si estende su tutta la superficie interna dell’atrio d’ingresso del reparto.
L’opera è stata concepita per essere principalmente fruita dal punto di vista dei bambini che in degenza attraversano lo spazio distesi sui letti ospedalieri. Abbiamo cercato di trasformare l’ambiente asettico dell’ospedale in un un area dedicata al gioco, in grado di stimolare la fantasia dei piccoli ospiti della struttura. Da quest’area dell’edificio si accede al reparto di oncologia infantile, ho perciò cercato di attenuare la sofferenza concreta vissuta da questi bambini in una rappresentazione fantastica che rifletta sul ciclo della creazione. Al centro di tutto vi è l’albero fluttuante della vita da cui una bambina e un bambino creano con il loro sangue un paesaggio armonioso che discende lungo le pareti avvolgendo gli spettatori.

Marco, di recente sappiamo che hai organizzato un evento di writer, ce ne parli?

L’evento in questione è nato in collaborazione con la Provincia di Grosseto e la regione Toscana nell’ambito di finanziamenti ministeriali indirizzati alle politiche giovanili; il nome dell’evento è “Urban Device” e ha visto l’esibizione di una quindicina di artisti su svariate superfici esterne della “cittadella dello studente” di Grosseto, un complesso scolastico indipendente che raccoglie istituti scolastici e impianti sportivi.La resa finale rappresenta un ottimo esempio di “Riqualificazione urbana di un ambiente di interesse pubblico”, l’associazione culturale Artefacto, di cui sono presidente, si è occupata dell’organizzazione,della logistica e del contatto con vari artisti italiani e stranieri, legati al Writing e alla StreetArt,affiancati dai writers grossetan (e supportati da dell’ottimo cibo Maremmano!). L’evento ha avuto un’ottima riuscita e lavoreremo sodo per dare a questo tipo di collaborazioni istituzionali un’importante continuità.
Artista – regista – musica – scrittore – politico preferiti.

Cosa non sopporti dell’Italia oggi?

Krisa: la scarsa capacità di saper individuare e valorizzare i progetti di qualità e la totale mancanza di lungimiranza.

Sera:
l’indifferenza alla realtà in cui viviamo si ciba sempre più dell’ignoranza culturale in cui siamo volutamente sprofondati… niente pessimismo è solo puro realismo… ma noi non ci arrendiamo… forse..

Artista – regista – musica – scrittore – politico  preferiti.

Krisa:
Artista: Giuseppe Penone / Do ho suh / Olafur Eliasson e 1000 altri ancora

Regista: Lars Von Trier / Derek Jarman / Peter Greenaway e 1000 altri ancora
Musica: Hip Hop / Elettronica / Classica.
Scrittore: Pessoa / Auster / Orwell.
Politico: Il mio amministratore di condominio.

Sera:
Artista: Escher

Regista: ..e dio..Hayao Miyazaki
Musica: di tutto..dal Funky-Soul-HipHop alla musica elettronica… ogni momento ha la sua colonna sonora!
Scrittore: Fra32 della KNM crew… roba da bestsellers!
Politico: il mio cane..

Progetti per il futuro?

Krisa: sto lavorando su alcuni progetti personali che presto manderò in giro per le città…al momento non posso dire altro ma mi noterete…

Sera: esportare l’acquacotta maremmana negli States..ma non ditelo in giro…

Krisa
Sera

 

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Marco Ugolini

Ciao Marco,
abbiamo fatto l’ISIA insieme e mi ricordo molto bene come riuscivi a semplificare e rendere tuo qualsiasi progetto anche non essendo l’alunno modello, poi dopo l’università le prime esperienze lavorative, ti va di raccontarci com’è andata?

Si. Durante l’ultimo anno all’ISIA di Firenze ho passato un semestre in Erasmus alla Bauhaus Universität a Weimar, e in quel periodo ho pensato che mi sarebbe piaciuto continuare gli studi all’estero. Così dopo la laurea a Firenze sono ripartito per la Germania dove ho lavorato 6 mesi in uno studio grafico di Karlsruhe.
Era il 2006, e mi sono occupato, tra gli altri progetti, di una rivista di grafica e tipografia: Slanted.
Dopodichè ho deciso di continuare con un Master, ho fatto un test d’ingresso e sono stato accettato, insieme ad altri 5 studenti, al Sandberg Institute ad Amsterdam, il Master della Rietveld Academy.
Il periodo ad Amsterdam è stato molto importante, li ho iniziato a lavorare come designer freelancer e ho deciso di rimanere nei Paesi Bassi anche dopo il Master, continuando il lavoro di progettista grafico e portando avanti altri progetti personali.
Slanted
Sandberg
ISIA

Il muro di Weimar 10 Frische Eier nel 2005 è uno dei tuoi primi lavori e ti ha portato su una rivista di street art. Inoltre i tuo lavoro ha dato il via ad un dibattito sullo spazio pubblico e sul quel muro è stato poi data l’opportunità ad artisti di esprimersi, è stato centrato il bersaglio?

Quando ho tirato quelle uova di vernice sul muro dell’università (insieme allo stencil che descriveva l’opera) era di notte, l’ho fatto in modo illegale, senza chiedere il permesso, e nei giorni successivi temevo che ci potessero essere delle conseguenze negative. Invece le cose sono andate diversamente.
Le persone che vedevano il “pezzo” sul muro erano positivamente colpite, c’è stata una discussione alla Bauhaus, tra i professori, e qualcuno proponeva di lasciare l’opera così com’era stata fatta. C’è stata una trasmissione radiofonica che si è occupata di 10 Frische Eier, e le foto sono state pubblicate su blog e riviste.
Io ho assistito come spettatore esterno, ma ho sempre pubblicato le foto sul mio sito, insieme al “making of”.
10 Frische Eier

In Online masks parli di una tua riflessione personale sulle maschere e in I have something to hide parli di privacy, qual’è il tuo pensiero riguardo questi due temi?

Parte dei miei lavori viene da una riflessione personale sul tema delle maschere. Le maschere, per me, sono affascinanti, perché hanno un significato di resistenza.
Nel progetto I Have Something to Hide ho creato un sistema per comunicare usando dei piccioni viaggiatori. Insieme ad altri studenti abbiamo usato i piccioni per inviarci messaggi per un intero mese, durante il quale non abbiamo adoperato email e telefoni cellulari.
Le tecnologie digitali sono facilmente controllabili e le informazioni prodotte sono catalogate in database. Non usarle, quindi, vuol dire uscire dal gioco, scampare al controllo, essere, in un certo senso, fuori dal sistema pur facendone parte. Questo gesto, quindi, è un po’ come nascondersi, o come scomparire. Ovviamente comunicare con i piccioni viaggiatori è un azione simbolica, ma anche in questo progetto c’è stata l’attenzione dei media.
I Have Something to Hide
Online Masks

In un viaggio in macchina fatto insieme ci hai raccontato di The icon project, il significato e la storia che si è creata dietro per realizzare il progetto, lo racconti ufficialmente.

La parola icona ha molti significati. Icona vuol dire, ad esempio, nel mondo informatico, una piccola immagine pixelata.
Nella cultura generale invece, un icona è una figura rilevante, una persona o un oggetto che significativi per un determinato contesto. Riflettendo su questi significati, e mettendo assieme le due cose, ho pensato di creare una serie di immagini pixelate (icone appunto) di personaggi realmente esistiti, che per me rappresentano delle icone.
Per il momento ho realizzato l’immagine di Che Guevara, 16 per 16 pixel. Questo, comunque, è un progetto che sta continuando.
The Icon Project

Sei una figura che difficilmente si riesce a definire bene: crei progetti di design, fai opere artistiche e sei anche un grafico. Nei tuo progetti si sente questa multi figura, slitti da una tematica all’altra. A poster parla del progettista e del poster come mezzo. Hai lavorato a giro per il mondo, come cambia il lavoro di un grafico in base al posto?

In ogni luogo cerco di capire come si manifesta la cultura del progetto.
Una differenza principale tra l’Italia e i paesi del Centro e Nord Europa, è una cultura più radicata della figura del progettista grafico.
Vi faccio un esempio per spiegarvi come la vedo io.
In Italia, se dico la parola “design” a una persona qualunque, quello pensa immediatamente a certi mobili, o probabilmente a un paio di scarpe. In Germania, in Olanda, o in Gran Bretagna, non escluderei che una persona qualunque, nel sentire la parola “design”, possa pensare a un poster, alla copertina di un libro, alla segnaletica della metropolitana, ecc…
Durante il Master ad Amsterdam, avevo colleghi di vari paesi, come Germania, Olanda, Svezia. Isabel Lucena è una mia collega Portoghese. La cosa divertente è che io e Isabel avevamo in comune lo stesso problema: non sapevamo come spiegare ai nostri genitori che lavoro facevamo. A noi la cosa faceva ridere, ma anche pensare.

Arriviamo alle cose più recenti che hai fatto, PER COLOR. Parli di manipolazione però te per primo sei una via di mezzo tra artista/grafico, quindi parte manipolata e parte manipolatore, qual’è la linea di confine tra manipolazione e comunicazione?

Buona domanda. E’ vero, io sono un comunicatore.
Mi viene da rispondere che la comunicazione non sempre sia manipolazione, solo a volte. Infatti si può semplicemente comunicare uno stato d’animo, un dato scientifico, ma altre volte comunicare può voler dire suggerire, sedurre, addirittura ordinare, comandare.
Io la vedo così: ogni giorno, in ogni istante, siamo permeati da messaggi, da richiami, e noi stessi ne emettiamo. L’arte, qui, è quella di valutare la qualità dei messaggi, di selezionarli, di misurare le parole e i pensieri. Durante un mio viaggio in India, ho imparato che, per i buddisti, ogni pensiero fatto e ogni parola detta, è in grado di influenzare l’intero universo.
La linea di confine quindi, per un comunicatore e perciò per chiunque, sta nel senso di responsabilità. La responsabilità è un concetto profondo e complicato, e non è il caso di dilungarsi, ma per me è una questione principale.
Per Color

Fauna è uno dei tuoi progetti insieme a Per Color fatti in Brasile, che cosa è Fauna?

In questa regione del Brasile, l’estrazione del ferro è la principale attività economica.
Le grandi miniere di questo minerale hanno portato al Brasile lo sviluppo economico che tutti conosciamo, al prezzo però della deforestazione di grandi aree. In questa particolare regione, il Mina Gerais, alcune specie animali si sono estinte proprio a causa della deforestazione.
Io ho voluto ricreare le sagome di questi animali con il ferro, lo stesso materiale che ha contribuito alla loro estinzione.
Fauna
Jacaarte

Esci da poco da una esperienza artistica a Lipsia, raccontaci com’è andata.

I 3 mesi a Lipsia sono stati molto interessanti. Ho realizzato 4 progetti nuovi che sono stati esposti in una galleria in città.
Oltre ai vari progetti di residenza, ho anche fatto una lezione all’università, sul mio lavoro e sul ruolo dei media nelle mie opere. Inoltre ho organizzato un workshop con un gruppo di studenti di arte e design di una accademia di Lipsia. Ho invitato questi ragazzi e ragazze a discutere e realizzare lavori assieme.
La cosa ha avuto molto successo e sono sicuro che ci saranno altre esperienze simili.

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Goran

Ciao Marco, innanzitutto come nasce il nome “Goran”?
Questa è una lunga storia, però per farla breve posso dirti che nasce fondamentalmente per caso. Inizialmente non mi piaceva, era il nomignolo che i miei compagni di liceo usavano mi prendermi in giro. Poi col tempo mi ci sono affezionato e ho iniziato a sentirlo mio. Così, quando verso i sedici ho iniziato a lasciare le prime tag, ho pensato bene di adottarlo in maniera definitiva e da allora non ho più smesso di usarlo.

Ti definiresti un grafico, un illustratore, un artista o…
Non lo so, è una cosa che non reputo importante. Mi piace definirmi illustratore anche se non lo sono, come è vero che non sono un graphic designer. So di essere un progettista (o designer, che dir si voglia) e questo per il momento mi sta bene. Anche perchè sono attratto da cose diverse e non tutte vanno nella stessa direzione. Certo, in questo momento ciò che mi permette di pagare l’affitto sono le mie illustrazioni, ma non è detto che in futuro non mi capiterà di fare altro. Sono sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo!

Qual’è stato il tuo percorso di studi?
Partiamo dall’inizio.
Gli anni del liceo li ho trascorsi in provincia di Lecce, dove ho frequentato (con grosse difficoltà) lo scientifico. Poi una volta ottenuta la maturità mi sono trasferito a Firenze dove inizialmente ero iscritto al corso di Design della LABA e poi, dopo un anno di studio che mi aveva dato poco, sono stato ammesso all’ISIA. Lì ho imparato il mestiere del progettista e dopo tre anni mi sono diplomato in Industrial Design discutendo una tesi sulla comunicazione politica al tempo dei social network.
Attualmente sono a Milano dove, spinto dalla voglia di imparare e di specializzarmi, sto frequentando il corso di Type Design tenuto da Luciano Perondi al CFP Bauer.

Quali sono i tuoi attrezzi del mestiere?
Moleskine, matita morbida, gomma, pennarello nero, Tratto Pen e, ovviamente, Illustrator. Ogni tanto mi capita di utilizzare la china, qualche brushpen e un paio di marker.. ma è solo per fare scena!

Quando devi creare un nuovo progetto cosa fai per avere l’ispirazione?
Solitamente niente. Non guardo niente. Disegno e basta.
Io sono uno di quelli che crede che il progetto si debba affrontare a digiuno e non a pancia piena. Preferisco mangiare prima, quando sono libero dagli impegni e ho la mente sgombra, per poi arrivare davanti al foglio bianco quando ho già digerito e assimilato tutto. Solo così, credo, è possibile affrontare un progetto in maniera propria e originale, senza subire influenze che provengono dall’esterno.

Cosa consiglieresti ad un giovane grafico freelance per “sopravvivere” in Italia oggi?
Premessa, io stesso sono un giovane grafico, quindi è bene prendere ciò che dico con le dovute cautele.
Detto questo.. io ripeto sempre a me stesso che ognuno di noi è artefice del proprio destino. Ergo bisogna solo darsi da fare.
Ti manca la visibilità? Rimboccati le maniche a fatti vedere. Partecipa alle conferenze, ai contest, ai party e alle fiere di settore. Sfrutta i social network, scrivi a chi reputi interessante e impegnati affinchè la tua presenza dentro e fuori dalla rete sia discreta, costante e mai banale.
Ti mancano li clienti? Smetti di aspettarli e proponiti a loro! Individua un potenziale cliente e sviluppa un progetto che possa interessargli. Bussa alla porta di chi ritieni possa aver bisogno di te e, se è necessario, prendi un treno e vai ad incontrarli. Non limitarti alle mail e alle telefonate, il faccia a faccia è molto più importante.
Ti pagano poco? Alza il prezzo e fatti rispettare! La tua è una professionalità che va pagata e tu devi essere il primo a capirlo. Chi non è disposto a farlo non merita il tuo lavoro.
Ecco, questo è quello che faccio ogni giorno e che mi sento di consigliare a chi ha appena iniziato.

Ci parli di uno dei tuoi lavori a cui sei maggiormente legato?
Tra tutti i progetti realizzati quello che mi rappresenta di più è The Cosmonaut. Mi piace considerlo il mio autoritratto perchè, in un certo senso, descrive il mio mood attuale: solo, un po’ impaurito, in un luogo che non mi appartiene e che faccio fatica a considerare mio. Un po’ come deve essersi sentito Jurij Gagarin quando ad un certo punto si è ritrovato in orbita attorno alla terra: eccitato ma allo stesso tempo terrorizzato.
The Cosmonaut però non è solo questo. Analizzandolo dal punto di vista stilistico e formale lo si può considerare come il manifesto del mio stile illustrativo. Chi lo osserva bene può intuire immediatamente il mio metodo di lavoro. Infatti balza subito all’occhio il modo in cui uso le griglie, i moduli e le proporzioni.
Per semplificare le cose si può dire è come se disegnassi sulla carta millimetrata, dove il quadrato più piccolo costituisce l’unità di misura dalla quale poter costruire tutti gli elementi della figura; e che questi ultimi sono tutti multipli pari del modulo originale.
Ecco perchè di solito uso forme geometriche, perchè mi permettono di rispettare facilmente questi parametri.
Poi, quando sono soddisfatto della composizione, passo alla scelta dei colori, che non sono mai più di quattro.
Anzi, recentemente ho deciso di utilizzarne anche meno (uno, massimo due) perché credo che la semplicità delle linee debba riflettersi anche nell’uso del colore.

Come sei approdato a Wired Magazine?
Praticamente per caso. Avevo da poco sistemato il mio portfolio e, come si fa in quei casi, l’avevo spedito a tutte le realtà italiane che più ritenevo interessanti. Così ne ho inviato uno anche alla redazione di Wired e dopo circa una settimana mi sono ritrovato per le mani la loro prima commissione.
Ovviamente col tempo i rapporti si sono evoluti: ho fatto uno stage presso di loro e successivamente sono entrato a far parte della redazione come resident illustrator. Tutto qui.

Cosa ne pensi della scena artistica Milanese?
Non credo di conoscere abbastanza bene la scena artistica per poterne parlare. Le persone che mi capita di frequentare appartengono soprattutto al mondo dell’editorial design. Comunque noto con piacere che in generale la scena milanese è molto attiva. C’è tutto un sottobosco di giovani talenti che ha voglia di fare bene e che possiede le giuste motivazioni per farlo. Per ora è un po’ presto, ma scommetto che fra un paio d’anni molti di loro balzeranno agli occhi del grande pubblico.

Hai mai pensato di andare a lavorare fuori dall’ Italia, in caso dove e perchè.
Si, diverse volte, ma per un motivo o per un altro sono sempre rimasto qui. Ti confesso però che il desiderio di andare via dall’Italia è forte. Ma non perchè qui non ci siano le opportunità, perchè manchi il lavoro o altro.. semplicemente perchè ho voglia di respirare aria nuova, di confrontarmi e di entrare in contatto con le persone che seguo stando qui. E poi perchè credo che comunque sarebbe stimolante vivere in una città come New York, Portland o San Francisco.
Comunque se dovessi andare via prenderei un biglietto di sola andata per gli Stati Uniti. Lì ci sono quasi tutti gli studi e le realtà che mi interessano e per cui mi piacerebbe lavorare. A New York, per esempio, c’è lo studio di Louise Fili che al momento ospita anche due grandi promesse del design mondiale: Dana Tanamachi e John Passafiume. Per non parlare di Mucca Design di Matteo Bologna o di Winkreative di Tyler Brûlé, che a NY ha aperto la sua sede distaccata. Altrimenti mi piacerebbe lavorare a San Francisco, nella redazione di Wired.. oppure ad Oakland, da Lab Partners.
Ma per il momento questi sono solo sogni nel cassetto. Per ora rimango qui a Milano, che tutto sommato è anche una bella città.

Cosa fai quando non lavori? 
Non so se è meglio vergognarsi o farne un vanto, ma io solitamente lavoro sempre. Anche quando non lavoro, lavoro. Nel senso che amo quello che faccio e anche nel tempo libero non riesco a fare altro.
Ora, per esempio, mi sto dedicando alla realizzazione di una font monospaziata. Lo scorso mese invece mi sono divertito a lavorare con il linoleum, etc.
Certo esistono anche dei momenti in cui non sono davanti al monitor, momenti in cui mi comporto come una persona normale. Ecco, in quei casi mi piace mangiare, guardare serie tv e gustarmi una birra ghiacciata. Per me è il massimo della vita.

Fatti una domanda e datti una risposta.
(fa molto Marzullo eheheheh)
Ok, dato che non me lo avete ancora chiesto vi dirò per chi mi piacerebbe lavorare.
Nel campo dell’editoria mi piacerebbe realizzare una cover per The New York Times Magazine. Ma mi accontento anche di qualche illustrazione su Monocle.
Altrimenti, cambiando settore, mi piacerebbe firmare una collezione di t-shirt per Nike o per Carhartt.

Ecco, come avete visto sono una persona che si accontenta di poco!

Goran

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Intervista a Moneyless

Come nasce il tuo nome moneyless?
Nasce dal concetto di riuscire a fare arte senza un budget, partendo da materiali poveri o di recupero, se vuoi è una sorta di rifiuto del mondo consumistico .

Sappiamo che hai iniziato il tuo percorso artistico con il writing, puoi dirci sinteticamente qual’è stato il percorso che ti ha portato ai tuoi lavori attuali?
Guardando interamente il mio percorso artistico noto con evidenza il seme di ciò che faccio oggi nel periodo in cui sperimentavo nel mondo dei graffiti. All’incirca nel 2004 ho iniziato a scrivere Moneyless in maniera sempre più geometrica, il lettering era ancora del tutto evidente e protagonista ma sentivo il bisogno di allontanarmene progressivamente. La “lettera” era diventata quasi una costrizione e mi andava stretta, in effetti erano le dinamiche del writing stesso ad andarmi strette, mi sentivo limitato da quel modo di agire fatto di regole e consuetudini che trovavo ormai obsolete, il writing a quel tempo aveva già dato i suoi frutti e ciò che rimaneva non erano altro che limitazioni mentali, dinamiche noiose fatte di faide e rara originalità. Devo sottolineare il fatto che il cambiamento che in me è avvenuto in quel periodo è certamente legato alle amicizie e conoscenze di artisti che come me avvertivano questo bisogno di cambiamento, credevamo di poter utilizzare quello che era il nostro medium per eccellenza, il muro, in modo nuovo, diverso. Il writing era cosa del passato, un esperienza magnifica ma conclusa.
Il legame con le lettere si rarefaceva pian piano. Cercavo di sottrarre quella presenza alfabetica dalla forma stessa della lettera. Mi interessava solo la sua forma quindi, ma per vedere solo quella dovevo eliminare ogni riferimento segnico.
Il mondo delle forme geometriche pure e semplici è diventato così l’ambito di una mia infinita ricerca che tutt’oggi mi coinvolge.

Le tue forme geometriche da cosa prendono ispirazione?
Credo che il mio percorso vada verso una continua sottrazione, cerco sempre di ottenere una certa semplicità e pulizia ma complessità e pienezza allo stesso tempo. Il mio obiettivo è sempre quello di creare forme ridotte ai minimi termini ma con una tensione interna, un movimento invisibile; spesso nelle mie figure si nascondo delle visioni molteplici, prospettive differenti, celate in un’unica struttura. Di fatto all’interno di una forma all’apparenza minimale si possono scovare più forme altrettanto semplici. Lontane dall’essere mere insiemi di linee, le mie opere non sono rappresentazioni astratte, sono sempre ispirate da elementi reali che io idealizzo e trasformo in elementi irreali, non terreni. Più che astratte sono alienate, vivono nel mondo delle idee molto più che in quello fisico. Rappresentano delle idee, idee di realtà.

Perché la scelta del filo?
Il mio lavoro con le geometrie è iniziato sperimentando con le sole due dimensioni utilizzando supporti di vario tipo, dai muri alle tele, dalla carta al legno. L’evoluzione in quel primo periodo è stata quella di rendere le linee delle mie figure via via più sottili seguendo la solita necessità di semplificazione. L’outline così sottile mi sembrava sempre più un filo ed è proprio con degli spaghi prima e dei fili di lana poi che cominciai a creare le linee delle mie geometrie. Utilizzando dei chiodi come sostegno ai fili i miei disegni risultavano leggermente scostati dalla superficie di sfondo e iniziavano così ad entrare nello spazio di chi li osservava. Più tardi ho voluto renderli ancora più presenti, e così la loro tridimensionalità si è fatta sempre più evidente, fino alle mie realizzazioni più recenti che sono dei veri e propri solidi che faccio galleggiare nello spazio con l’ausilio di fili trasparenti.
Devo dire che il filo rispecchia molto le mie scelte di realizzazione di opere a basso costo, ed è un processo totalmente reversibile che mi ha permesso di non avere più problemi con la legge per la realizzazione in strada.

Come scegli i posti in cui fai gli interventi?
I luoghi in cui le mie opere vivono sono ambienti naturali o decadenti. Questi tipi di scenari mi hanno attirato proprio perché lì le mie opere hanno un risalto particolare, sono estranee all’ambiente, forme perfette e legate a logiche matematiche, la linea retta in contrasto con la pluralità di forme assolutamente non rigide di quei luoghi. Mi interessa particolarmente il conflitto visivo che si viene a creare quando una figura geometrica di ovvia fattura umana appare all’interno di un ambiente spontaneo, e di come possa un osservatore percepire quello spazio artificiale all’interno di uno spazio a lui familiare come un bosco ad esempio. L’effetto è certamente straniante, queste forme si fondono e si mimetizzano con questi spazi ma ne restano sempre estranee, in contrasto, diverse. E cosi trovarsi all’interno di queste strutture ci trasporta in un luogo “altro”.

Per le tue installazione hai dei collaboratori o fai tutto da solo?
Tendenzialmente lavoro da solo salvo casi particolari in cui per motivi di sicurezza o tempo mi avvalgo di un aiuto.

Uno dei tuoi ultimi lavori è stato lo spot per la Foot Locker. Hai trovato difficoltà nel conciliare la tua libertà espressiva con le dinamiche di una grande azienda?
Quando sono stato contattato x il progetto ero scettico a riguardo. Parlando con i creativi del agenzia che mi ha contattato è venuto fuori che non dovevo far altro che fare il mio lavoro senza compromessi di sorta.
Tutto questo mi è sembrato più un ritorno di immagine a mio favore che un piegarsi a un “qualcosa”, per il resto sono soldi che mi permettono di portare avanti i miei progetti.

Secondo te com’è cambiata e come cambierà la street art nel mondo di oggi?
Devo dire che internet ha permesso un sacco di contatti con artisti in giro per mondo, tutto questo mi porterà a pensare un sempre più assiduo confronto e motivo di crescita.
L’evoluzione sarà sempre di più portata dal viaggiare ,e allargare i propri orizzonti .
Secondo me il concetto stesso di street art comincia ad andare stretto, il fare arte in strada è sempre esistito, è l’evoluzione della cosa l’aspetto interessante ,i materiali e le tecniche più disparate faranno la differenza.

Pensi che un cittadino medio di oggi possa riuscire ad apprezzare queste forme d’arte?
E’ soprattutto un fatto culturale devo dire che all’ estero sono molto più attenti ed educati a tutto questo, in Italia salvo pochi casi è ancora difficile farsi capire ed apprezzare fino in fondo.

Artisti che ammiri e colleghi di strada che rispetti.
Futuristi, costruttivisti, minimalisti, arte povera, land art, optical, arte cinetica, Paul Laffoley, Achille Perilli, Josef Albers, Mar Greg Ito, Ozmo, 2501, Tellas, James Kalinda, Kofie, Jaybo Monk, Blu, Erica il cane, Run, Dem, 108, Martina Merlini , Poesia, Graphic Surgery, Escif , Sam 3, jr, Momo, Marco Montanari, MWG, Aris, Nelio, Chiste, Paper Resistance, Famefestival, Marvin Chrusler, Mary Iverson, Carlo Bernardini, Useless Idea, Andreco, Ufo 5.

Concludendo, qual’è stata, a livello artistico, la tua soddisfazione più grande?
La soddisfazione piu grande la provo tutte le volte che chiudo un installazione e la guardo immerso nel verde.
Out of babylon!

Moneyless

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