
Goran
Ti definiresti un grafico, un illustratore, un artista o…
Qual’è stato il tuo percorso di studi?
Quali sono i tuoi attrezzi del mestiere?
Quando devi creare un nuovo progetto cosa fai per avere l’ispirazione?
Cosa consiglieresti ad un giovane grafico freelance per “sopravvivere” in Italia oggi?
Ci parli di uno dei tuoi lavori a cui sei maggiormente legato?
Come sei approdato a Wired Magazine?
Cosa ne pensi della scena artistica Milanese?
Hai mai pensato di andare a lavorare fuori dall’ Italia, in caso dove e perchè.
Cosa fai quando non lavori?
Fatti una domanda e datti una risposta. (fa molto Marzullo eheheheh)
Ecco, come avete visto sono una persona che si accontenta di poco!
Goran




Intervista a Moneyless
Come nasce il tuo nome moneyless?
Nasce dal concetto di riuscire a fare arte senza un budget, partendo da materiali poveri o di recupero, se vuoi è una sorta di rifiuto del mondo consumistico .
Sappiamo che hai iniziato il tuo percorso artistico con il writing, puoi dirci sinteticamente qual’è stato il percorso che ti ha portato ai tuoi lavori attuali?
Guardando interamente il mio percorso artistico noto con evidenza il seme di ciò che faccio oggi nel periodo in cui sperimentavo nel mondo dei graffiti. All’incirca nel 2004 ho iniziato a scrivere Moneyless in maniera sempre più geometrica, il lettering era ancora del tutto evidente e protagonista ma sentivo il bisogno di allontanarmene progressivamente. La “lettera” era diventata quasi una costrizione e mi andava stretta, in effetti erano le dinamiche del writing stesso ad andarmi strette, mi sentivo limitato da quel modo di agire fatto di regole e consuetudini che trovavo ormai obsolete, il writing a quel tempo aveva già dato i suoi frutti e ciò che rimaneva non erano altro che limitazioni mentali, dinamiche noiose fatte di faide e rara originalità. Devo sottolineare il fatto che il cambiamento che in me è avvenuto in quel periodo è certamente legato alle amicizie e conoscenze di artisti che come me avvertivano questo bisogno di cambiamento, credevamo di poter utilizzare quello che era il nostro medium per eccellenza, il muro, in modo nuovo, diverso. Il writing era cosa del passato, un esperienza magnifica ma conclusa.
Il legame con le lettere si rarefaceva pian piano. Cercavo di sottrarre quella presenza alfabetica dalla forma stessa della lettera. Mi interessava solo la sua forma quindi, ma per vedere solo quella dovevo eliminare ogni riferimento segnico.
Il mondo delle forme geometriche pure e semplici è diventato così l’ambito di una mia infinita ricerca che tutt’oggi mi coinvolge.
Le tue forme geometriche da cosa prendono ispirazione?
Credo che il mio percorso vada verso una continua sottrazione, cerco sempre di ottenere una certa semplicità e pulizia ma complessità e pienezza allo stesso tempo. Il mio obiettivo è sempre quello di creare forme ridotte ai minimi termini ma con una tensione interna, un movimento invisibile; spesso nelle mie figure si nascondo delle visioni molteplici, prospettive differenti, celate in un’unica struttura. Di fatto all’interno di una forma all’apparenza minimale si possono scovare più forme altrettanto semplici. Lontane dall’essere mere insiemi di linee, le mie opere non sono rappresentazioni astratte, sono sempre ispirate da elementi reali che io idealizzo e trasformo in elementi irreali, non terreni. Più che astratte sono alienate, vivono nel mondo delle idee molto più che in quello fisico. Rappresentano delle idee, idee di realtà.
Perché la scelta del filo?
Il mio lavoro con le geometrie è iniziato sperimentando con le sole due dimensioni utilizzando supporti di vario tipo, dai muri alle tele, dalla carta al legno. L’evoluzione in quel primo periodo è stata quella di rendere le linee delle mie figure via via più sottili seguendo la solita necessità di semplificazione. L’outline così sottile mi sembrava sempre più un filo ed è proprio con degli spaghi prima e dei fili di lana poi che cominciai a creare le linee delle mie geometrie. Utilizzando dei chiodi come sostegno ai fili i miei disegni risultavano leggermente scostati dalla superficie di sfondo e iniziavano così ad entrare nello spazio di chi li osservava. Più tardi ho voluto renderli ancora più presenti, e così la loro tridimensionalità si è fatta sempre più evidente, fino alle mie realizzazioni più recenti che sono dei veri e propri solidi che faccio galleggiare nello spazio con l’ausilio di fili trasparenti.
Devo dire che il filo rispecchia molto le mie scelte di realizzazione di opere a basso costo, ed è un processo totalmente reversibile che mi ha permesso di non avere più problemi con la legge per la realizzazione in strada.
Come scegli i posti in cui fai gli interventi?
I luoghi in cui le mie opere vivono sono ambienti naturali o decadenti. Questi tipi di scenari mi hanno attirato proprio perché lì le mie opere hanno un risalto particolare, sono estranee all’ambiente, forme perfette e legate a logiche matematiche, la linea retta in contrasto con la pluralità di forme assolutamente non rigide di quei luoghi. Mi interessa particolarmente il conflitto visivo che si viene a creare quando una figura geometrica di ovvia fattura umana appare all’interno di un ambiente spontaneo, e di come possa un osservatore percepire quello spazio artificiale all’interno di uno spazio a lui familiare come un bosco ad esempio. L’effetto è certamente straniante, queste forme si fondono e si mimetizzano con questi spazi ma ne restano sempre estranee, in contrasto, diverse. E cosi trovarsi all’interno di queste strutture ci trasporta in un luogo “altro”.
Per le tue installazione hai dei collaboratori o fai tutto da solo?
Tendenzialmente lavoro da solo salvo casi particolari in cui per motivi di sicurezza o tempo mi avvalgo di un aiuto.
Uno dei tuoi ultimi lavori è stato lo spot per la Foot Locker. Hai trovato difficoltà nel conciliare la tua libertà espressiva con le dinamiche di una grande azienda?
Quando sono stato contattato x il progetto ero scettico a riguardo. Parlando con i creativi del agenzia che mi ha contattato è venuto fuori che non dovevo far altro che fare il mio lavoro senza compromessi di sorta.
Tutto questo mi è sembrato più un ritorno di immagine a mio favore che un piegarsi a un “qualcosa”, per il resto sono soldi che mi permettono di portare avanti i miei progetti.
Secondo te com’è cambiata e come cambierà la street art nel mondo di oggi?
Devo dire che internet ha permesso un sacco di contatti con artisti in giro per mondo, tutto questo mi porterà a pensare un sempre più assiduo confronto e motivo di crescita.
L’evoluzione sarà sempre di più portata dal viaggiare ,e allargare i propri orizzonti .
Secondo me il concetto stesso di street art comincia ad andare stretto, il fare arte in strada è sempre esistito, è l’evoluzione della cosa l’aspetto interessante ,i materiali e le tecniche più disparate faranno la differenza.
Pensi che un cittadino medio di oggi possa riuscire ad apprezzare queste forme d’arte?
E’ soprattutto un fatto culturale devo dire che all’ estero sono molto più attenti ed educati a tutto questo, in Italia salvo pochi casi è ancora difficile farsi capire ed apprezzare fino in fondo.
Artisti che ammiri e colleghi di strada che rispetti.
Futuristi, costruttivisti, minimalisti, arte povera, land art, optical, arte cinetica, Paul Laffoley, Achille Perilli, Josef Albers, Mar Greg Ito, Ozmo, 2501, Tellas, James Kalinda, Kofie, Jaybo Monk, Blu, Erica il cane, Run, Dem, 108, Martina Merlini , Poesia, Graphic Surgery, Escif , Sam 3, jr, Momo, Marco Montanari, MWG, Aris, Nelio, Chiste, Paper Resistance, Famefestival, Marvin Chrusler, Mary Iverson, Carlo Bernardini, Useless Idea, Andreco, Ufo 5.
Concludendo, qual’è stata, a livello artistico, la tua soddisfazione più grande?
La soddisfazione piu grande la provo tutte le volte che chiudo un installazione e la guardo immerso nel verde.
Out of babylon!
Moneyless













