Monomenabò

Print Friendly and PDF

Goran

Ciao Marco, innanzitutto come nasce il nome “Goran”?
Questa è una lunga storia, però per farla breve posso dirti che nasce fondamentalmente per caso. Inizialmente non mi piaceva, era il nomignolo che i miei compagni di liceo usavano mi prendermi in giro. Poi col tempo mi ci sono affezionato e ho iniziato a sentirlo mio. Così, quando verso i sedici ho iniziato a lasciare le prime tag, ho pensato bene di adottarlo in maniera definitiva e da allora non ho più smesso di usarlo.

Ti definiresti un grafico, un illustratore, un artista o…
Non lo so, è una cosa che non reputo importante. Mi piace definirmi illustratore anche se non lo sono, come è vero che non sono un graphic designer. So di essere un progettista (o designer, che dir si voglia) e questo per il momento mi sta bene. Anche perchè sono attratto da cose diverse e non tutte vanno nella stessa direzione. Certo, in questo momento ciò che mi permette di pagare l’affitto sono le mie illustrazioni, ma non è detto che in futuro non mi capiterà di fare altro. Sono sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo!

Qual’è stato il tuo percorso di studi?
Partiamo dall’inizio.
Gli anni del liceo li ho trascorsi in provincia di Lecce, dove ho frequentato (con grosse difficoltà) lo scientifico. Poi una volta ottenuta la maturità mi sono trasferito a Firenze dove inizialmente ero iscritto al corso di Design della LABA e poi, dopo un anno di studio che mi aveva dato poco, sono stato ammesso all’ISIA. Lì ho imparato il mestiere del progettista e dopo tre anni mi sono diplomato in Industrial Design discutendo una tesi sulla comunicazione politica al tempo dei social network.
Attualmente sono a Milano dove, spinto dalla voglia di imparare e di specializzarmi, sto frequentando il corso di Type Design tenuto da Luciano Perondi al CFP Bauer.

Quali sono i tuoi attrezzi del mestiere?
Moleskine, matita morbida, gomma, pennarello nero, Tratto Pen e, ovviamente, Illustrator. Ogni tanto mi capita di utilizzare la china, qualche brushpen e un paio di marker.. ma è solo per fare scena!

Quando devi creare un nuovo progetto cosa fai per avere l’ispirazione?
Solitamente niente. Non guardo niente. Disegno e basta.
Io sono uno di quelli che crede che il progetto si debba affrontare a digiuno e non a pancia piena. Preferisco mangiare prima, quando sono libero dagli impegni e ho la mente sgombra, per poi arrivare davanti al foglio bianco quando ho già digerito e assimilato tutto. Solo così, credo, è possibile affrontare un progetto in maniera propria e originale, senza subire influenze che provengono dall’esterno.

Cosa consiglieresti ad un giovane grafico freelance per “sopravvivere” in Italia oggi?
Premessa, io stesso sono un giovane grafico, quindi è bene prendere ciò che dico con le dovute cautele.
Detto questo.. io ripeto sempre a me stesso che ognuno di noi è artefice del proprio destino. Ergo bisogna solo darsi da fare.
Ti manca la visibilità? Rimboccati le maniche a fatti vedere. Partecipa alle conferenze, ai contest, ai party e alle fiere di settore. Sfrutta i social network, scrivi a chi reputi interessante e impegnati affinchè la tua presenza dentro e fuori dalla rete sia discreta, costante e mai banale.
Ti mancano li clienti? Smetti di aspettarli e proponiti a loro! Individua un potenziale cliente e sviluppa un progetto che possa interessargli. Bussa alla porta di chi ritieni possa aver bisogno di te e, se è necessario, prendi un treno e vai ad incontrarli. Non limitarti alle mail e alle telefonate, il faccia a faccia è molto più importante.
Ti pagano poco? Alza il prezzo e fatti rispettare! La tua è una professionalità che va pagata e tu devi essere il primo a capirlo. Chi non è disposto a farlo non merita il tuo lavoro.
Ecco, questo è quello che faccio ogni giorno e che mi sento di consigliare a chi ha appena iniziato.

Ci parli di uno dei tuoi lavori a cui sei maggiormente legato?
Tra tutti i progetti realizzati quello che mi rappresenta di più è The Cosmonaut. Mi piace considerlo il mio autoritratto perchè, in un certo senso, descrive il mio mood attuale: solo, un po’ impaurito, in un luogo che non mi appartiene e che faccio fatica a considerare mio. Un po’ come deve essersi sentito Jurij Gagarin quando ad un certo punto si è ritrovato in orbita attorno alla terra: eccitato ma allo stesso tempo terrorizzato.
The Cosmonaut però non è solo questo. Analizzandolo dal punto di vista stilistico e formale lo si può considerare come il manifesto del mio stile illustrativo. Chi lo osserva bene può intuire immediatamente il mio metodo di lavoro. Infatti balza subito all’occhio il modo in cui uso le griglie, i moduli e le proporzioni.
Per semplificare le cose si può dire è come se disegnassi sulla carta millimetrata, dove il quadrato più piccolo costituisce l’unità di misura dalla quale poter costruire tutti gli elementi della figura; e che questi ultimi sono tutti multipli pari del modulo originale.
Ecco perchè di solito uso forme geometriche, perchè mi permettono di rispettare facilmente questi parametri.
Poi, quando sono soddisfatto della composizione, passo alla scelta dei colori, che non sono mai più di quattro.
Anzi, recentemente ho deciso di utilizzarne anche meno (uno, massimo due) perché credo che la semplicità delle linee debba riflettersi anche nell’uso del colore.

Come sei approdato a Wired Magazine?
Praticamente per caso. Avevo da poco sistemato il mio portfolio e, come si fa in quei casi, l’avevo spedito a tutte le realtà italiane che più ritenevo interessanti. Così ne ho inviato uno anche alla redazione di Wired e dopo circa una settimana mi sono ritrovato per le mani la loro prima commissione.
Ovviamente col tempo i rapporti si sono evoluti: ho fatto uno stage presso di loro e successivamente sono entrato a far parte della redazione come resident illustrator. Tutto qui.

Cosa ne pensi della scena artistica Milanese?
Non credo di conoscere abbastanza bene la scena artistica per poterne parlare. Le persone che mi capita di frequentare appartengono soprattutto al mondo dell’editorial design. Comunque noto con piacere che in generale la scena milanese è molto attiva. C’è tutto un sottobosco di giovani talenti che ha voglia di fare bene e che possiede le giuste motivazioni per farlo. Per ora è un po’ presto, ma scommetto che fra un paio d’anni molti di loro balzeranno agli occhi del grande pubblico.

Hai mai pensato di andare a lavorare fuori dall’ Italia, in caso dove e perchè.
Si, diverse volte, ma per un motivo o per un altro sono sempre rimasto qui. Ti confesso però che il desiderio di andare via dall’Italia è forte. Ma non perchè qui non ci siano le opportunità, perchè manchi il lavoro o altro.. semplicemente perchè ho voglia di respirare aria nuova, di confrontarmi e di entrare in contatto con le persone che seguo stando qui. E poi perchè credo che comunque sarebbe stimolante vivere in una città come New York, Portland o San Francisco.
Comunque se dovessi andare via prenderei un biglietto di sola andata per gli Stati Uniti. Lì ci sono quasi tutti gli studi e le realtà che mi interessano e per cui mi piacerebbe lavorare. A New York, per esempio, c’è lo studio di Louise Fili che al momento ospita anche due grandi promesse del design mondiale: Dana Tanamachi e John Passafiume. Per non parlare di Mucca Design di Matteo Bologna o di Winkreative di Tyler Brûlé, che a NY ha aperto la sua sede distaccata. Altrimenti mi piacerebbe lavorare a San Francisco, nella redazione di Wired.. oppure ad Oakland, da Lab Partners.
Ma per il momento questi sono solo sogni nel cassetto. Per ora rimango qui a Milano, che tutto sommato è anche una bella città.

Cosa fai quando non lavori? 
Non so se è meglio vergognarsi o farne un vanto, ma io solitamente lavoro sempre. Anche quando non lavoro, lavoro. Nel senso che amo quello che faccio e anche nel tempo libero non riesco a fare altro.
Ora, per esempio, mi sto dedicando alla realizzazione di una font monospaziata. Lo scorso mese invece mi sono divertito a lavorare con il linoleum, etc.
Certo esistono anche dei momenti in cui non sono davanti al monitor, momenti in cui mi comporto come una persona normale. Ecco, in quei casi mi piace mangiare, guardare serie tv e gustarmi una birra ghiacciata. Per me è il massimo della vita.

Fatti una domanda e datti una risposta.
(fa molto Marzullo eheheheh)
Ok, dato che non me lo avete ancora chiesto vi dirò per chi mi piacerebbe lavorare.
Nel campo dell’editoria mi piacerebbe realizzare una cover per The New York Times Magazine. Ma mi accontento anche di qualche illustrazione su Monocle.
Altrimenti, cambiando settore, mi piacerebbe firmare una collezione di t-shirt per Nike o per Carhartt.

Ecco, come avete visto sono una persona che si accontenta di poco!

Goran

Print Friendly and PDF

Intervista a Moneyless

Come nasce il tuo nome moneyless?
Nasce dal concetto di riuscire a fare arte senza un budget, partendo da materiali poveri o di recupero, se vuoi è una sorta di rifiuto del mondo consumistico .

Sappiamo che hai iniziato il tuo percorso artistico con il writing, puoi dirci sinteticamente qual’è stato il percorso che ti ha portato ai tuoi lavori attuali?
Guardando interamente il mio percorso artistico noto con evidenza il seme di ciò che faccio oggi nel periodo in cui sperimentavo nel mondo dei graffiti. All’incirca nel 2004 ho iniziato a scrivere Moneyless in maniera sempre più geometrica, il lettering era ancora del tutto evidente e protagonista ma sentivo il bisogno di allontanarmene progressivamente. La “lettera” era diventata quasi una costrizione e mi andava stretta, in effetti erano le dinamiche del writing stesso ad andarmi strette, mi sentivo limitato da quel modo di agire fatto di regole e consuetudini che trovavo ormai obsolete, il writing a quel tempo aveva già dato i suoi frutti e ciò che rimaneva non erano altro che limitazioni mentali, dinamiche noiose fatte di faide e rara originalità. Devo sottolineare il fatto che il cambiamento che in me è avvenuto in quel periodo è certamente legato alle amicizie e conoscenze di artisti che come me avvertivano questo bisogno di cambiamento, credevamo di poter utilizzare quello che era il nostro medium per eccellenza, il muro, in modo nuovo, diverso. Il writing era cosa del passato, un esperienza magnifica ma conclusa.
Il legame con le lettere si rarefaceva pian piano. Cercavo di sottrarre quella presenza alfabetica dalla forma stessa della lettera. Mi interessava solo la sua forma quindi, ma per vedere solo quella dovevo eliminare ogni riferimento segnico.
Il mondo delle forme geometriche pure e semplici è diventato così l’ambito di una mia infinita ricerca che tutt’oggi mi coinvolge.

Le tue forme geometriche da cosa prendono ispirazione?
Credo che il mio percorso vada verso una continua sottrazione, cerco sempre di ottenere una certa semplicità e pulizia ma complessità e pienezza allo stesso tempo. Il mio obiettivo è sempre quello di creare forme ridotte ai minimi termini ma con una tensione interna, un movimento invisibile; spesso nelle mie figure si nascondo delle visioni molteplici, prospettive differenti, celate in un’unica struttura. Di fatto all’interno di una forma all’apparenza minimale si possono scovare più forme altrettanto semplici. Lontane dall’essere mere insiemi di linee, le mie opere non sono rappresentazioni astratte, sono sempre ispirate da elementi reali che io idealizzo e trasformo in elementi irreali, non terreni. Più che astratte sono alienate, vivono nel mondo delle idee molto più che in quello fisico. Rappresentano delle idee, idee di realtà.

Perché la scelta del filo?
Il mio lavoro con le geometrie è iniziato sperimentando con le sole due dimensioni utilizzando supporti di vario tipo, dai muri alle tele, dalla carta al legno. L’evoluzione in quel primo periodo è stata quella di rendere le linee delle mie figure via via più sottili seguendo la solita necessità di semplificazione. L’outline così sottile mi sembrava sempre più un filo ed è proprio con degli spaghi prima e dei fili di lana poi che cominciai a creare le linee delle mie geometrie. Utilizzando dei chiodi come sostegno ai fili i miei disegni risultavano leggermente scostati dalla superficie di sfondo e iniziavano così ad entrare nello spazio di chi li osservava. Più tardi ho voluto renderli ancora più presenti, e così la loro tridimensionalità si è fatta sempre più evidente, fino alle mie realizzazioni più recenti che sono dei veri e propri solidi che faccio galleggiare nello spazio con l’ausilio di fili trasparenti.
Devo dire che il filo rispecchia molto le mie scelte di realizzazione di opere a basso costo, ed è un processo totalmente reversibile che mi ha permesso di non avere più problemi con la legge per la realizzazione in strada.

Come scegli i posti in cui fai gli interventi?
I luoghi in cui le mie opere vivono sono ambienti naturali o decadenti. Questi tipi di scenari mi hanno attirato proprio perché lì le mie opere hanno un risalto particolare, sono estranee all’ambiente, forme perfette e legate a logiche matematiche, la linea retta in contrasto con la pluralità di forme assolutamente non rigide di quei luoghi. Mi interessa particolarmente il conflitto visivo che si viene a creare quando una figura geometrica di ovvia fattura umana appare all’interno di un ambiente spontaneo, e di come possa un osservatore percepire quello spazio artificiale all’interno di uno spazio a lui familiare come un bosco ad esempio. L’effetto è certamente straniante, queste forme si fondono e si mimetizzano con questi spazi ma ne restano sempre estranee, in contrasto, diverse. E cosi trovarsi all’interno di queste strutture ci trasporta in un luogo “altro”.

Per le tue installazione hai dei collaboratori o fai tutto da solo?
Tendenzialmente lavoro da solo salvo casi particolari in cui per motivi di sicurezza o tempo mi avvalgo di un aiuto.

Uno dei tuoi ultimi lavori è stato lo spot per la Foot Locker. Hai trovato difficoltà nel conciliare la tua libertà espressiva con le dinamiche di una grande azienda?
Quando sono stato contattato x il progetto ero scettico a riguardo. Parlando con i creativi del agenzia che mi ha contattato è venuto fuori che non dovevo far altro che fare il mio lavoro senza compromessi di sorta.
Tutto questo mi è sembrato più un ritorno di immagine a mio favore che un piegarsi a un “qualcosa”, per il resto sono soldi che mi permettono di portare avanti i miei progetti.

Secondo te com’è cambiata e come cambierà la street art nel mondo di oggi?
Devo dire che internet ha permesso un sacco di contatti con artisti in giro per mondo, tutto questo mi porterà a pensare un sempre più assiduo confronto e motivo di crescita.
L’evoluzione sarà sempre di più portata dal viaggiare ,e allargare i propri orizzonti .
Secondo me il concetto stesso di street art comincia ad andare stretto, il fare arte in strada è sempre esistito, è l’evoluzione della cosa l’aspetto interessante ,i materiali e le tecniche più disparate faranno la differenza.

Pensi che un cittadino medio di oggi possa riuscire ad apprezzare queste forme d’arte?
E’ soprattutto un fatto culturale devo dire che all’ estero sono molto più attenti ed educati a tutto questo, in Italia salvo pochi casi è ancora difficile farsi capire ed apprezzare fino in fondo.

Artisti che ammiri e colleghi di strada che rispetti.
Futuristi, costruttivisti, minimalisti, arte povera, land art, optical, arte cinetica, Paul Laffoley, Achille Perilli, Josef Albers, Mar Greg Ito, Ozmo, 2501, Tellas, James Kalinda, Kofie, Jaybo Monk, Blu, Erica il cane, Run, Dem, 108, Martina Merlini , Poesia, Graphic Surgery, Escif , Sam 3, jr, Momo, Marco Montanari, MWG, Aris, Nelio, Chiste, Paper Resistance, Famefestival, Marvin Chrusler, Mary Iverson, Carlo Bernardini, Useless Idea, Andreco, Ufo 5.

Concludendo, qual’è stata, a livello artistico, la tua soddisfazione più grande?
La soddisfazione piu grande la provo tutte le volte che chiudo un installazione e la guardo immerso nel verde.
Out of babylon!

Moneyless

Print Friendly and PDF